SETTORI DI
RICERCA



Enti promotori







Ultimo aggiornamento
10 Settembre 2012


HOME editoriali

Editoriali




    8 giugno 2011

    L'obesità nella ... mente

    Che i disordini metabolici, come ad esempio il diabete, siano delle patologie che tendono ad "autoalimentarsi" è cosa nota da tempo. Pare però che ultimamente sia stato fatto un ulteriore passo in avanti nella comprensione dei meccanismi che stanno alla base dell'obesità, soprattutto della difficoltà incontrata dai pazienti a regredire da questa pericolosa condizione. La ricerca pubblicata su Cell Metabolism da un gruppo di ricercatori del Max-Planck-Institut tedesco si è concentrata sul ruolo critico dell'azione dell'insulina nei neuroni catecolaminergici (ovvero che utilizzano le catecolamine noradrenalina e dopamina come neurotrasmettitori) nel controllo a lungo termine dell'alimentazione.
    Il consumo di cibo ricco di grassi provoca un maggiore rilascio di insulina dal pancreas, e questo innesca una cascata di segnali in particolari cellule del cervello, i neuroni SF-1. Nel corso di diverse tappe intermedie, l'insulina inibisce la trasmissione di alcuni impulsi nervosi in modo da sopprimere il senso di sazietà e ridurre il dispendio energetico. Questi fenomeni favoriscono il sovrappeso e l'obesità. Tuttavia, i precisi meccanismi molecolari che stanno dietro il controllo esercitato dall'insulina rimangono in gran parte poco chiari.
    Per scoprire l'azione dell'insulina nel cervello in questo caso, il gruppo di ricerca guidato da Jens Bruning ha messo a confronto topi privi del recettore insulinico sui neuroni SF-1 (KO mice) con topi wild-type.
    Con un consumo di cibo "normale", i ricercatori non hanno riscontrato alcuna differenza tra i due gruppi. Ciò indicherebbe che l'insulina non eserciti un'influenza fondamentale sull'attività di queste cellule nei soggetti normopeso.
    Tuttavia, quando i roditori sono stati nutriti con cibo ricco di grassi, quelli con il recettore dell'insulina difettoso sono rimasti nei parametri, mentre il gruppo con i recettori funzionanti ha rapidamente guadagnato peso. L'aumento di peso è stato causato da un aumento dell'appetito e da un ridotto consumo calorico.
    Secondo gli autori, questo particolare effetto dell'insulina potrebbe costituire un adattamento evolutivo dell'organismo per venire incontro a condizioni di approvvigionamento alimentare irregolare e lunghi periodi digiuno. Se un eccesso di offerta di cibo ad alto contenuto lipidico è temporaneamente disponibile, al contrario, l'organismo può realizzare, attraverso l'azione dell'insulina, riserve di energia che si riveleranno particolarmente utili in possibili periodi di "carestia".
    Tuttavia, non essendo ancora possibile fare stime ottimistiche per una possibile applicazione della scoperta al controllo della obesità nell'uomo, si suggerisce per ora di ... tenere d'occhio la bilancia!

    SS, 8.6.2011

    9 marzo 2011

    Al cuore del problema cardiaco

    Nell'universo delle ricerche sulla rigenerazione cellulare una nuova scoperta fa il suo ingresso dalla rivista Science
    È stato in passato osservato come alcuni pesci e anfibi abbiano una notevole capacità di rigenerazione del muscolo cardiaco, stessa cosa purtroppo non si può dire valga per il cuore dei mammiferi. Il fenomeno della presenza o meno di questa capacità, e della sua eventuale durata nei mammiferi è sempre stato infatti, poco chiaro.
    Il pesce Zebra (Danio rerio) ad esempio è in grado recuperare fino al 20% del suo muscolo cardiaco entro qualche settimana dall'aver subìto un danno, proprio grazie alla capacità proliferativa (non riparatoria) dei suoi cardiomiociti, e qui entra in gioco la scoperta del gruppo del Dr. Hesham A. Sadek dell'University of Texas Southwestern Medical Center (Dallas, USA). I ricercatori hanno scoperto infatti che i cuori dei topi neonati di appena un giorno sono in grado di rigenerarsi da un danno parziale da resezione chirurgica, ma questa capacità viene persa dopo 7 giorni dalla nascita. Il tasso di turnover dei cardiomiociti negli esseri umani adulti è stimato intorno all'1% l'anno, sicuramente insufficiente a poter pensare di recuperare anche una parziale disfunzionalità dell'organo dopo un attacco di cuore o altre lesioni importanti. Nel nuovo studio gli autori sospettano che ci sia uno stage cruciale nello sviluppo dei mammiferi dopo il quale questa capacità rigenerativa dei cardiomiociti viene definitivamente persa, insieme alla possibilità della riparazione dell'organo. Durante l'esperimento è stato rimosso chirurgicamente il 15% di tessuto muscolare dalla parete del ventricolo sinistro di piccoli di topo di un giorno di vita. Dopo una settimana sono state osservate chiare evidenze molecolari della proliferazione dei cardiomiociti, e in tre settimane dall'operazione gli animali hanno recuperato tutto il tessuto perso e la funzionalità del ventricolo sinistro viene ripristinata completamente in due mesi. Lo stesso tipo di operazione eseguito su topi di sette giorni non porta ad alcuna rigenerazione dell'organo o proliferazione cardiomiocitaria.
    Attraverso un'elegante procedura di marcatura è stato possibile osservare come i nuovi cardiomiociti provenissero in gran parte dalla proliferazione di quelli preesistenti e differenziati e non da cellule staminali (comunque presenti in un tessuto così giovane). Questi risultati secondo gli autori portano verso un modello di programmazione genetica della prima settimana di vita che imponga alle cellule di cessare la divisione, ma questa perdita di capacità potrebbe essere anche dovuta ad un fattore ormonale o ambientale non specificato. Le ricerche stanno ora proseguendo sul fronte genetico e farmacologico per meglio esplicare e riprodurre questo interessante fenomeno che potrebbe portare in un futuro prossimo a grosse rivoluzioni nella lotta alle lesioni e alle patologie cardiache.

    SS, 9.3.2011
    29 dicembre 2010

    Un nuovo... "Effetto Placebo"

    Tutti abbiamo sentito almeno una volta nominare l'"effetto placebo", si tratta di una conseguenza alla somministrazione di un preparato non farmacologico dovuta al fatto che il paziente, specie se favorevolmente condizionato, si aspetta o crede che la terapia funzioni, indipendentemente dalla sua efficacia "specifica". L'effetto placebo contribuisce non poco anche all'efficacia di una terapia specificamente attiva: per discriminare tra queste due componenti si progettano gli studi clinici controllati contro placebo per verificare l'efficacia di un farmaco anche al di là dell'effetto positivo prodotto dall'illusione di assumere una sostanza benefica per la propria salute.
    I placebo hanno una certa quale efficacia comprovata da dati in letteratura che confermerebbero come una suggestione positiva abbia effetti benefici sulla salute. Ora un nuovo studio pubblicato sulla rivista online PLoS ONE dà una visione sostanzialmente diversa dell'effetto placebo ...
    Il gruppo di ricercatori dell'Osher Research Center Researchers dell'Harvard Medical School del Beth Israel Deaconess Medical Center (BIDMC) ha monitorato 80 pazienti affetti da sindrome del colon irritabile, suddivisi in due gruppi. Il primo, di controllo, non ha ricevuto alcun farmaco, il secondo ha ricevuto un placebo, i componenti del secondo gruppo sono stati informati della natura non farmacologica del preparato, anzi a detta del primo autore Ted Kaptchuk, oltre ad aver informato i pazienti che si trattava di poco più che compresse di zucchero, è stata riportata anche la dicitura "placebo" sulle etichette...più chiaro di così!!
    Al termine delle tre settimane di osservazione, circa metà dei pazienti trattati con placebo ha dimostrato un notevole miglioramento dei sintomi rispetto al gruppo di controllo (59 % vs 35 %). È da notare inoltre come i tassi di miglioramento siano stati paragonabili a quelli ottenuti con i più efficaci farmaci contro il colon irritabile.
    Le conclusioni da trarre sono che i placebo assunti consapevolmente possono essere un trattamento efficace per la sindrome del colon irritabile (patologia per la quale, va chiarito, non è possibile identificare un univoco elemento patogenetico che ne giustifichi lo sviluppo, ma è indubbio che il profilo psicologico del paziente giochi un ruolo fondamentale nella patogenesi della sindrome). Naturalmente sono da effettuare altre ricerche per chiarire se i medici possano migliorare le condizioni dei pazienti con dei placebo in linea con il consenso informato.

    SS, 29 dicembre 2010
    7 novembre 2010

    Dalla pelle al ... sangue

    Il 7 Novembre di quest'anno sarà probabilmente una data da ricordare nel campo della medicina e dell'applicazione delle biotecnologie; potrebbe essere infatti che nel prossimo futuro, le persone che necessitano di sangue per un intervento chirurgico, il trattamento del cancro o altre patologie (come l'anemia) avranno maggiore disponibilità di sangue grazie all'utilizzo di una sottile striscia di striscia della propria pelle, una sorta di autotrasfusione da colture cellulari proprie. Gli studi clinici potrebbero iniziare al più presto nel 2012. Nella ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista britannica Nature il 7 Novembre u.s. il Dr. Mick Bhatia, direttore scientifico della McMaster's Stem Cell e Cancer Research Institute della G. Michael Degroote School of Medicine (Canada), e il suo team di ricercatori hanno inoltre dimostrato che la conversione da fibroblasti (cellule della pelle) a cellule ematopoietiche (cellule del sangue) è diretta. Fare "il sangue dalla pelle" quindi non richiederebbe il passaggio intermedio di trasformare cellule staminali dermiche in cellule staminali pluripotenti (in grado di differenziare molti altri tipi di cellule umane), prima di poterle convertire in staminali del sangue. "Abbiamo dimostrato che questo funziona con la pelle umana. Conosciamo i meccanismi e credo si possa anche migliorare il processo" - ha dichiarato Bhatia - "perciò continueremo a lavorare sullo sviluppo di altri tipi di tipi di cellule umane della pelle, poiché possediamo già evidenze incoraggianti". La scoperta è stata replicata più volte nell'arco di due anni con pelle umana sia da soggetti giovani sia anziani, per dimostrare che il processo e le metodiche non sono strettamente dipendenti dall'età. L'entusiasmo del mondo scientifico e più precisamente della comunità medica è ben giustificato: rendere possibile la produzione di cellule emopoietiche da utilizzare in medicina rigenerativa e nello studio delle malattie del sangue, direttamente da colture epidermiche (facili da ottenere e da stabilizzare) dei pazienti interessati, ha la potenzialità di rendere il trapianto di midollo osseo, con tutti i problemi correlati alla reperibilità di un donatore compatibile in famiglia o nella comunità, un ricordo del passato. Ne guadagnerebbero grandemente i sistemi sanitari nazionali, i medici, ma soprattutto i pazienti e le loro famiglie!

    SS, 7 novembre 2010